"S'Accabadora" medal bronze, 2020

The medal is a perfect art form that expresses the duality of things, in this case birth and death are part of the same circle of life.

Until a few decades ago, euthanasia was practiced in Sardinia, a large island in Italy.
It was the task of “sa femmina accabadora” (the accabadora woman), to bring death to people in agony. The term “accabadora” comes from the Spanish “acabar” which means to end.

Accabadora was a woman who, called by the relatives of the terminally ill patient, killed him and put an end to his suffering. A pitiful act towards the dying man but also an act necessary for the survival of relatives, especially for the less well-off social classes: in small countries far from a doctor many days on horseback, it served to avoid long and atrocious sufferings to the patient.
The accabadora always came to the dying man’s house at night and, after having let the family members who had called her out, entered the death room: the door opened and the dying man, from his bed of agony, saw her enter dressed black, his face covered, and he understood that his suffering was about to end.
The patient was either suppressed with a pillow, or the woman dealt the blow of “su mazzolu”, a wooden hammer, causing death.

Her existence has always been considered a natural fact, as there was the midwife who helped to be born, there was the accabadora that helped die. It is even said that he was often the same person and that his job was distinguished from the color of the suit (black if it brought death, white or light if it was to give birth to a life).
This figure, expression of a socio-cultural and historical phenomenon, is the practice of euthanasia and in the small rural villages of Sardinia is linked to the relationship that the Sardinians had with death, considered as the conclusion of the natural cycle of life.

This cast medal will be for sale to the public for a maximum of 40 pieces, in a handmade box set.

La medaglia è una forma d’arte perfetta che esprime la dualità delle cose, in questo caso nascita e morte fanno parte dello stesso cerchio della vita.

Fino a pochi decenni fa l’eutanasia era praticata in Sardegna.
Era compito di “sa femmina accabadora” (la donna accabadora), portare la morte alle persone in agonia. Il termine “accabadora” deriva dallo spagnolo “acabar” che significa terminare.

Accabadora era una donna che, chiamata dai parenti del malato terminale, lo uccideva e poneva fine alle sue sofferenze. Un atto pietoso nei confronti del morente ma anche necessario alla sopravvivenza dei parenti, soprattutto per le classi sociali meno abbienti: nei piccoli paesi lontani da un medico molti giorni a cavallo, serviva per evitare lunghe e atroci sofferenze al paziente.
L’accabadora veniva sempre di notte a casa del moribondo e, dopo aver fatto uscire i familiari che l’avevano chiamata, entrava nella stanza della morte: la porta si aprì e il moribondo, dal suo letto di agonia, la vide entrare vestita di nero, si coprì il viso e capì che la sua sofferenza stava per finire.
La paziente veniva soppressa con un cuscino, oppure la donna sferrava il colpo di “su mazzolu”, un martello di legno, provocandone la morte.

La sua esistenza è sempre stata considerata un fatto naturale, poiché c’era la levatrice che aiutava a nascere, c’era l’accabadora che aiutava a morire. Si dice addirittura che fosse spesso la stessa persona e che il suo lavoro fosse distinto dal colore del vestito (nero se portava la morte, bianco o chiaro se doveva dare alla luce una vita).
Questa figura, espressione di un fenomeno socio-culturale e storico, è la pratica dell’eutanasia e nei piccoli borghi rurali della Sardegna è legata al rapporto che i sardi avevano con la morte, considerata come la conclusione del ciclo naturale della vita.

Questa medaglia fusa sarà in vendita al pubblico per un massimo di 40 pezzi, in un cofanetto fatto a mano.